Un concorso per continuare a ricordare Eleonora Laterza attraverso la sua passione più cara: quella per la poesia e il componimento letterario

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Eccoci finalmente qui con il nuovo manifesto e il bando completo! Scaricate e condividete questa avventura con tutti gli appassionati di scrittura che conoscete!

Quest’anno le novità sono tante, diamo il benvenuto all’I.I.S. Da Vinci di Noci come scuola promotrice del nostro concorso e a DART di Olimpia Pascale come luogo in cui la scrittura incontra il mondo del teatro.

Il tema di quest’anno nasce dalle parole di Pier Paolo Pasolini che abbiamo già riportato qui, ma sul bando trovate una spiegazione più rapida e coerente al tema. Che altro aggiungere? Per saperne di più non vi resta che scaricare il modulo, il bando e scoprire quanto è semplice partecipare … sin da subito!

Link diretto al bando completo: bando 2020 Concorso Eleonora Laterza

Il modulo di partecipazione ufficiale è qui: modulo di partecipazione 2020

Se invece volete farvi ispirare dal video con cui abbiamo annunciato il tema durante la serata di premiazione, eccolo:

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Riportiamo qui di seguito un estratto della lettera dedicata a Gennariello, da cui ci siamo lasciati ispirare per l’edizione 2020 del Concorso Eleonora Laterza.

Il nuovo titolo sarà “E tu splendi invece!” e potete scoprire subito qualcosa in più, se date una occhiata alle parole con cui già Pier Paolo Pasolini ha delineato questo fenomeno…

Lo riportiamo qui di seguito per facilitarvi nella ricerca.

 

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Pier Paolo Pasolini, Gennariello, da “Lettere Luterane”, Torino, Einaudi, 1970

Se è giusta la mia ipotesi che nella categoria dei tuoi coetanei «obbedienti» trovino posto, e per primi, «coloro che erano destinati a morire» – cioè coloro che la scienza medica ha salvato dalla «mortalità infantile», e sono quindi dei «sopravvissuti» – quale è la loro funzione pedagogica nei tuoi riguardi? Che cosa ti insegnano col semplice loro essere e comportarsi?  La loro caratteristica prima – ti ho detto – è il sentimento inconscio che il loro essere venuti al mondo sia stato particolarmente indesiderato. Il sentimento inconscio di essere «a carico» e «in più». Ciò non può che aumentare immensamente la loro ansia di normalità, la loro adesione totale e senza riserve all’orda, la loro volontà non solo di non apparire diversi ma nemmeno appena distinti. Dunque ciò che essi prima di tutto ti insegnano è vivere il conformismo aggressivamente: cosa questa che – come vedremo – ti è insegnata da quasi tutte le categorie dei tuoi coetanei «obbedienti». E dunque la analizzeremo meglio andando avanti col nostro discorso.

Vorrei invece soffermarmi su tre punti privilegiati del loro insegnamento pragmatico (e dunque tanto facilmente assimilabile).

Essi ti insegnano: primo, la rinuncia: rinuncia resa assoluta, abitudinaria, quotidiana dalla mancanza di vitalità, che in essi è un dato di fatto reale, fisico, ma che in altri (come in te), può essere una tentazione. Essi dovevano morire; o meglio, in altre circostanze sociali, sarebbero di sicuro morti. Essi devono istintivamente ridurre al minimo lo sforzo per vivere: il che in termini sociali significa appunto rinuncia. È vero che come dice un mio amico di Chia – un ragazzetto che ricorda i proverbi dei vecchi – «il mondo è dei bravi, e i cojoni se lo godono». È una delle più grandi verità che le mie orecchie abbiano mai ascoltato. Tuttavia, io, vecchio borghese razionalista e idealista, cioè «bravo», continuo sempre a detestare con tutte le mie forze lo spirito di rinuncia. Che è poi ansia di integrazione e qualunquismo. Non temere di essere ridicolo: non rinunciare a niente. Lascia che i cojoni si godano il mondo, e invidia pure come me, struggentemente, per tutta la vita, la loro felicità.

La seconda cosa che i «destinati a morire» ti insegnano è una certa obbligatoria tendenza all’infelicità. Tutti i giovani di oggi – tuoi coetanei – hanno l’imperdonabile colpa di essere infelici. A quanto pare, non ci sono più cojoni: se non a Napoli o a Chia. Tutti sono bravi: e dunque tutti hanno la loro brava faccia infelice. Essere bravi è il primo comandamento del potere dei consumi (nel cui universo mentale e di comportamento tu, povero Gennariello, sei nato): bravi cioè per essere felici (edonismo del consumatore). Il risultato è che la felicità è tutta completamente falsa; mentre si diffonde sempre di più una immediata infelicità. Sappi, invece, Gennariello, che, contrariamente al proverbio sublime di Chia, c’è anche una felicità dei bravi. Il proverbio di Chia dice infatti che «il mondo è dei bravi», alludendo decisamente al possesso, al potere. Ma allora va aggiunto che oltre al possesso del mondo da parte dei padroni, c’è anche un possesso del mondo da parte degli intellettuali, e questo è un possesso reale: com’è del resto quello dei cojoni. Si tratta soltanto di un diverso piano culturale. È il possesso culturale del mondo che dà felicità. Non lasciarti tentare dai campioni dell’infelicità, della mutria cretina, della serietà ignorante. Sii allegro.

La terza cosa che ti viene insegnata dai «destinati a morire» è la retorica della bruttezza. Mi spiego. Da alcuni anni i giovani, i ragazzi fanno di tutto per apparire brutti. Si conciano in modo orribile. Fin che non sono del tutto mascherati o deturpati, non sono contenti. Si vergognano dei loro eventuali ricci, del roseo o bruno splendore delle loro gote, si vergognano della luce dei loro occhi, dovuta appunto al candore della giovinezza, si vergognano della bellezza del loro corpo. Chi trionfa in tutta questa follia sono appunto i brutti: che sono divenuti i campioni della moda e del comportamento. I «destinati a essere morti» non hanno certo gioventù splendenti: ed ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece, Gennariello.

Ho imperversato un po’ contro questi «destinati a esser morti», col rischio di apparire un po’ vile e razzista: di creare cioè una categoria di persone da proporre alla condanna. No. Tra i «destinati a esser morti» ci sono esseri adorabili per lo meno come te, cosi vistosamente destinato alla vita. Se ho polemizzato con particolare violenza contro gli insegnamenti che ti impartiscono i «destinati a esser morti», è perché ho preso questa categoria a simbolo della media: media che ti insegna, appunto, queste stesse cose, e senza quel tanto di disperato che le corregge, le giustifica, le rende umane.

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